Io sto con Morgan


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Ieri sera ho guardato Amici. Non lo faccio mai. Ma come potevo restare fuori dalla querelle Maria/Morgan che questa settimana ha interessato più delle bombe sganciate da Trump sull’Afghanistan? Morgan ha lasciato Amici. Questa è la notizia. Lo ha fatto dopo una puntata disastrosa in cui i suoi ragazzi hanno perso tutto, anche la dignità. Ogni squadra che si rispetti esonera il proprio allenatore dopo un’infilata di insuccessi, ma non è andata così. Morgan è entrato in studio vestito come in Arancia Meccanica intenzionato a spaccare tutto e ne è uscito come il signor Malaussène, il capro espiatorio per eccellenza.

Morgan ha provato a cambiare le regole, ma non c’è riuscito. Ha provato a imporre la sua testardaggine, il suo estro, la sua follia al programma più pop della televisione italiana. Poco importa di chi sia la ragione, perché la ragione non sempre serve. Se sia di Morgan che ha preteso una birra media in una sala da tè o se sia di Maria che ha servito una tazza di tè a chi beve solo birra.

Comunque siano andate le cose Morgan ci piace. Perché i ribelli piacciono sempre. Morgan è il ribelle che tutti vorremmo essere. Ricordo Mick Jagger, Jim Morrison, Lou Reed, Iggy Pop, Kurt Cobain, con le loro vite fuori dagli schemi, ma dove sono i ribelli oggi?

Nel mondo del politicamente corretto, di eroi discreti, dove il male e il bene sono sempre separati, il ribelle è quello da allontanare, un cattivo esempio per i ragazzi. E invece no, ogni male è un bene quando serve e bisogna imparare a disobbedire per sopravvivere. Allora arriva lui, Morgan, il nostro ribelle che ci riscatta da una vita ordinaria che corre su binari prestabiliti e ci fa gridare “Io sto con Morgan”. Sempre.

P.S.: Grazie alle ispirazioni di Kubrik, Pennac, Gramellini, Tiromancino, Vargas Llosa, Ermal Meta. Perché dopo Gabbani chi sono io per fare un pezzo senza infarcirlo di citazioni?

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L’ho fatto da sola ed è stato bellissimo


Torno a casa, c’è traffico, come sempre. Ma questa volta non lo maledico. Con me ho il CD di Niccolò. Lo avevo già ascoltato a singhiozzo nella preview di iTunes e non mi era piaciuto. Non si può assaporare un’opera d’arte a intervalli di 1 minuto e mezzo, è come un coito interrotto. Ma stasera, in macchina, con i suoi tempi, il CD è un’altra cosa. Ed è semplicemente bello.

Niccolò l’ho appena incontrato, ascoltato e vorrei portare con me ogni singola parola, ogni respiro, riavvolgere il nastro e riascoltarlo all’infinito. Ma le parole sbiadiscono già come una polaroid al sole e dei racconti delle sue canzoni, delle partenze, degli abbandoni, delle spiagge del Marocco, dell’Africa, “perché in Africa posso sentirmi sporco, ma solo in hotel 4 stelle”, della torta di mele, di Ealing, di assenze, aeroporti, amanti, assenze, guerra, ansia, di sua mamma “mamma quando sono andato in Inghilterra?” di Braccialetti Rossi 2 che si farà e ancora con la sua colonna sonora, di Don Lorenzo, di Papa Francesco, “l’amministratore delegato più ganzo che avete mai avuto” non rimarrà che un vago ricordo.

E allora scrivo, scrivo di santa ragione, perché quest’emozione rimanga intrappolata in queste poche righe. Scrivo di occhi profondi e neri come la pece. Scrivo di un uomo affascinante, un essere speciale, generoso di parole e di sorrisi.

E io che non ci volevo nemmeno venire. A quarant’anni suonati a caccia di autografo. Da sola. Nemmeno uno straccio di amica al mio fianco. Ma l’ho fatto e me ne torno a casa carica di emozioni con un pezzo di plastica da cui escono musica e poesia e uno scarabocchio nero sulla copertina. Me lo faccio bastare. E mi sembra già tanto.

Io non ho finito

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Le 10 leggi della montagna di un’escursionista per caso


Mont Thabor

  1. Fare trekking in montagna è come partorire. Quando arrivi in cima ti dimentichi il dolore.
  2. Ti senti un figo quando ti svegli all’alba e già di prima mattina ti arrampichi per i monti, fino a quando non incontri qualcuno che scende e capisci che c’è gente più figa di te.
  3. Quando le mosche ti girano attorno come ad una mucca al pascolo significa che hai già sudato abbastanza.
  4. I fiori in montagna hanno strani poteri, quando li fotografi cambiano forma, dimensione e colore.
  5. Il lago nero, il lago dei sette colori e il lago rosso, sono tutti azzurri.
  6. Le marmotte quando mi vedono fischiano. Intenditrici!
  7. Fumare una Marlboro in alta quota è come farsi una canna.
  8. Montagnino settantenne batte cittadina quarantenne.
  9. Le mucche stanno alla montagna come i camionisti stanno alle trattorie. Nei posti migliori ci sono sempre.
  10. Quando ci si incontra ci si dice sempre ‘Buongiorno!’, anche se a volte si vorrebbe dire ‘Aiuto!’
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Diaz. Non pulire questo sangue


A quelli che c’erano a quelli che ricordano e a quelli che non conoscono la vicenda consiglio di non perdere Diaz perché nessuno deve dimenticare. I fatti sono quelli del G8 di Genova dell’estate del 2001 e soprattutto l’escalation di violenza perpetrata dalle forze dell’ordine e culminata nel massacro alla scuola Diaz, dove 93 persone sono state malmenate con violenza inaudita da oltre 300 poliziotti in tenuta antisommossa che hanno fatto irruzione nella notte.

Amnesty International ha dichiarato questo episodio come “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.

Non so quali siano i vostri ricordi di quei giorni. I miei sono esattamente quelli che istituzioni e forze dell’ordine hanno voluto far credere. Ricordo la mia condanna nei confronti dei Black Block che in poche ore avevano distrutto una città a me cara. Ricordo la convinzione che chiunque fosse a Genova fosse un terrorista. Ricordo la solidarietà nei confronti di poliziotti e carabinieri selvaggiamente picchiati da bande di veri e propri teppisti.

Tutto falso, ma ci sono cascata, ho creduto a tutto. Ho creduto che la Diaz fosse il covo dei Black Block e per questo la carica fosse giustificata. Ho creduto che all’interno fossero state davvero ritrovate armi e bottiglie incendiarie. Ho creduto che i feriti di quella notte fossero stati nascosti precedentemente nella scuola per evitare il ricovero in ospedale e di conseguenza l’identificazione e l’arresto perché terroristi.

Questa era l’informazione che passava in quei primi concitati giorni dopo i fatti della Diaz e della caserma di Bolzaneto, dove sono state condotte tutte le 93 persone presenti quella sera all’interno della scuola.

La realtà venne fuori qualche giorno dopo,quando tutti gli arrestati, tra cui molti giornalisti, furono rilasciati e cominciarono a denunciare i pestaggi, le minacce, le umiliazioni subite non solo nella scuola, ma anche nella caserma di Bolzaneto. In seguito emersero dettagli raccapriccianti come 10 ragazzi costretti in ginocchio ad abbaiare o 15 ragazze obbligate a spogliarsi completamente e a girare su se stesse di fronte a poliziotti e guardie carcerarie compiacenti.

La verità era che nella Diaz non c’era alcun Black Block, ma solo giornalisti italiani e stranieri e ragazzi di ogni nazionalità che non avevano trovato altra sistemazione per la notte.

Il film è duro, molto duro, non risparmia nulla, la scena del pestaggio all’interno della scuola dura 16 minuti, quando nella realtà furono solo (si fa per dire) 9 i minuti in cui si scatenò la furia inaudita, ma a detta del Pubblico Ministero Enrico Zucca che seguì le indagini sono successe cose ben peggiori di quelle descritte nella pellicola.

Il film non si concede finzioni, ricalca fedelmente gli atti processuali. “Dall’irruzione alla Diaz, fino al termine del film non c’è stata una sola cosa inventata. Il livello di tradimento è stato legato a necessità drammaturgiche elementari” dichiara il regista Daniele Vicari “A Genova la prima vittima è stata la civiltà, poi ci sono stati i corpi e le coscienze delle persone coinvolte.”

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Ladri di idee


Oggi voglio condividere integralmente con voi l’e-mail arrivata oggi dell’Associazione Askavusa di Lampedusa senza alcun commento, perchè ogni commento è superfluo.

Giorno 28 settembre 2011 a Roma è stato presentato in una villa privata il progetto Opera finanziato tra gli altri dalla Presidenza del Consiglio e dalla Farnesina, alla presenza dell’assessore della Regione Sicilia Armao, un progetto molto simile a quello che l’Associazione Askavusa da anni porta avanti nel totale disinteresse delle istituzioni, con la differenza che nel progetto dell’associazione lampedusana, i legni delle barche non diventeranno pettini, complementi di arredo, o accessori di moda.

Dal 2005 Giacomo Sferlazzo realizza opere con i resti delle barche, nel 2008 comincia a raccogliere molti oggetti appartenuti ai migranti, nella discarica di Lampedusa, dove sono ammassati i barconi posti sotto sequestro. Nel 2009 l’associazione Askavusa decide di fare un progetto per un museo delle migrazioni di Lampedusa, dopo molte discussioni l’associazione decide di chiedere al comune un posto dove realizzare il museo, l’allora assessore Pietro Busetta chiede uno scritto che descriva l’idea del museo, questo gli viene consegnato durante un incontro, dove Busetta dice ai ragazzi di Askavusa che ne parlerà con l’assessore Regionale Armao.

Passano mesi, ma non ci sono risposte, fino a quando su internet escono alcuni articoli che parlano di un museo sui migranti che il comune di Lampedusa e la regione Sicilia devono realizzare insieme, non citando mai Askavusa e riportando alcuni concetti fondamentali dell’idea che l’associazione aveva mandato a Busetta, talvolta anche le stesse parole. L’associazione risponde con un video e diversi articoli e per un po’ non si sente più parlare del museo che il comune realizzerà insieme alla Regione Sicilia. Intanto l’associazione realizza una piccola esposizione in una stanza della sede e continua a recuperare gli oggetti dei migranti, ma si trova anche a dare assistenza ai migranti durante i mesi della emergenza creata ad arte dal governo nei primi mesi dell’anno.

Dopo gli ultimi fatti successi a Lampedusa, in un clima di tensione enorme sull’isola esce fuori questo progetto Opera che assomiglia in maniera spudorata all’idea di Askavusa di dare ad artisti i resti delle barche per realizzare opere. I giovani di di Askavusa che hanno vissuto in prima persona le vicende dei migranti e che stanno dedicando da anni e da volontari il proprio tempo e il proprio amore , al museo delle migrazioni, invece di essere sostenuti ed aiutati, si vedono scippati di un’idea e di un progetto, per questo Giacomo Sferlazzo è andato alla presentazione di Opera per chiarire la sua posizione e quella dell’associazione che valuterà con i propri avvocati se si può agire per vie legali.

La cosa più fastidiosa è che questo progetto è patrocinato proprio da coloro che hanno provocato queste enormi tragedie, che hanno criminalizzato i migranti con il reato di clandestinità, che hanno attuato i respingimenti, che hanno istituito i CIE, che hanno portato Lampedusa ad una situazione disperata, per ultima la vicenda dei CIE galleggianti, ma di questo alla presentazione di Opera nessuno ne ha parlato, l’altra cosa che si notava era l’assenza di migranti e lampedusani, proprio i protagonisti di questa storia, ancora una volta derubati e sfruttati.

Per saperne di più guarda i video.



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Vergognarsi di essere italiani


Edda Pando, peruviana, una laurea all’Università di Lima, quattro anni da  immigrata clandestina in Italia e ora volontaria del Comitato Immigrati di Milano sa come farci vergognare di essere italiani.

Ospite della trasmissione Fratelli e Sorelle d’Italia condotta da Veronica Pivetti su La7, denuncia la situazione paradossale degli immigrati in Italia e di una legge che nulla fa per aiutarli perché in fondo – lei dice – all’Italia servono gli immigrati, serve il lavoro in nero, manovalanza che a 3,50 euro l’ora contribuisce a costruire l’Expo milanese del prossimo 2015.

Edda Pando, non risparmia nessuno, denuncia la legge sui flussi , assurda, priva di qualsiasi buon senso, perché prevede che un datore di lavoro italiano richiami dall’Algeria, dalla Tunisia, dal Senegal un operaio che mai ha visto per lavorare nella propria azienda. Meglio sarebbe consentire un permesso di soggiorno provvisorio di sei mesi per la ricerca di lavoro da convertire in permesso definitivo a lavoro effettivamente trovato. E denuncia anche leggi inesistenti che impediscono ai datori di lavoro di mettere in regola lavoratori differenti da badanti e collaboratori domestici. La recente sanatoria è stata pensata solo per regolarizzare alcune categorie di lavoratori, ma ne esclude totalmente altre quali i muratori, i falegnami, gli artigiani, gli operai.

E non risparmia nemmeno Lampedusa, che definisce specchietto mediatico, utile ai telegiornali per fare notizia, perché sono una piccola parte dei migranti sbarca a Lampedusa, ma la maggior parte dei clandestini arriva dagli aeroporti, come lei, attraverso un visto turistico.

Nel volto della Pivetti che la intervista, l’evidente imbarazzo di sentirsi italiana quasi si sentisse responsabile delle condizioni inumane in cui esseri uguali a noi sono costretti a vivere, imbarazzo che non posso non condividere.

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Quella sporca dozzina


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